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La disintegrazione del sistema

La disintegrazione del sistema

Autore: Franco G. Freda

Anno: 2000

Pagine:192

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Autore: Ar

Titolo completo: La disintegrazione del sistema.

Autore: Franco G. Freda

Anno: 2000

Pagine: 192

___________________________________________________________________________________Libro:

Questa edizione de La disintegrazione del sistema (il folgorante pamphlet politico che Franco G. Freda scrisse nel 1969, in cui si prospettava la possibilità di un fronte comune ‘rosso’ e ‘nero’ per l’annichilimento del sistema borghese) è integrata da una raccolta di testi composti dall’autore tra il 1963 e il 1990. E sono proprio tali scritture ‘d’occasione’ – note di lettura, presentazioni editoriali, lettere di precisazione (tra cui anche una sprezzante risposta al filosofo Gianni Vattimo) – a rappresentare tra i migliori esercizi di stile di Freda. Le “idee senza parole” trovano la loro metamorfosi in vita, in voce, il loro suono, ed è questo: “Noi dobbiamo collocarci sulla linea che segna il confine tra cielo e terra, in cui cielo e terra si confondono: in cui l’illuminante e l’illuminato danno vita al luminoso.”

 

Forse un libro “imperdonabile”, per come intendeva Cristina Campo l’aggettivo e come lo definisce Anna K. Valerio, che gli dedica queste parole: “Di solito, la vita è vita e il libro libro: moti divergenti, che non sanno integrarsi – e il libro non è altro che un’occasione per evadere dalla vita, per dimenticarla, per eluderla, per illudersi. Qui no: ecco perché laDisintegrazione è un libro “imperdonabile”. Già basterebbe lo stile, fredianamente perfetto, rigoroso, vigoroso, spiccato, ‘dorico’, senza nulla di troppo (come prescritto dal frontone di Delfi, vera patria dell’autore). Ma “imperdonabile” è soprattutto l’intenzione, dura, intransigente, di volgere in prassi la teoria, o, per dirla più mondanamente, di razzolare così come si è predicato. Se non è un’istigazione alla vita, a trasformare per il tramite della persuasione la vita, la parola scritta è viltà, vanità. “La più vera ragione è di chi tace”– così ragionava Montale, che di scritture si intendeva, con un proprio demone inespresso. E, soprattutto, notava: “ciò non vede la gente nell’affollato corso”, che è un altro modo per ribadire l’eterno pessimismo dell’anima disincantata (sostituisco in questo modo l’aggettivo ‘differenziata’, ormai contaminato dall’abuso), altrimenti e così magnificamente espresso in questa conclusione tremenda, una vera e propria strage di luoghi comuni: “ed io me ne andrò zitto/ tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”. Non me ne vogliano positivisti e politologi, ma quando penso allaDisintegrazione mi vengono in mente i poeti, i più antiborghesi di tutte le biblioteche, antiche e nuove (se me ne intendessi, potrei pensare forse ai musicisti, come l’autore del disegno di copertina, “Omaggio a Skrjabin”). Perché questo testo è temerario fino al lirismo e inafferrabile come il più remoto bisbiglio di segreti iniziatici, che solo un orecchio d’eccezione sa (e può e deve) udire. Non ci sono slogan, né millanterie, né facile pathos accattivante, né compromessi, né scaltrezze estetizzanti, né ruffianeria, né semplificazioni indebite di cose ardue e quasi ineffabili. Chi è come l’autore – magnanimo come l’autore, antiindividualista come l’autore, coraggioso come l’autore, deciso come l’autore, lucido come l’autore (aggiungerei bello, quale sintesi estrema di tutto ciò, ma è un rischio, me ne rendo conto) – penetrerà senza difficoltà i luoghi ardui del testo, lo seguirà in quelli impervi, facilementfacilement. Chi cerca invece lo stupefacente di glosse erudite è meglio che dirotti la propria curiosità su altri volumi, più alla mano, più umani (dove umano non è l’aggettivo-cardine di Menandro, ma non farcela, non sentirsela, intimorirsi, essere impacciati ed esitanti). La Disintegrazione è aumana e dà le vertigini a chi è abituato a non spiccare voli né salti, a chi è integrato nel proprio tempo e con esso “rapitur”. Perché impuntarsi a volerla leggere a tutti i costi, e costringersi a dover mentire, dopo, dato che non la si può sopportare? Ce ne sono tante di esercitazioni letterarie rassicuranti, non so, Il sangue dei vinti, per esempio, o qualche bignamino sui diciotto punti di Verona, o i diari infelici dei reduci, o i saggi di innumerevoli marxisti zelanti e le diatribe dei disadattati per finta… La Disintegrazione non è ipotesi, ma progetto. Non è memoria, ma rievocazione. Non è analisi, ma sintesi. Ed è preludio, non conclusione. Preludio di che? – chiederete, con una smorfia malignetta e insinuante (che vorrebbe sottintendere: “preludio delle stragi, delle macellerie criminali?”). No: preludio del “grande stile” in politica (cioè nell’architettura della vita) “qualunque cosa significhi” – come dice il colonnello hemingwayano di Di là dal fiume e tra gli alberi parlando con il proprio amore dell’Amore, altra faccenda impervia e deliziosamente audace. Mi fermerei qui, perché mi pare sia meglio non esagerare con le parole d’inchiostro e concentrarsi invece sul “verbum caro factum”, sulla parola fatta carne. E’ più onesto così e c’è più da fidarsi.”

 

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