Pubblicato il 21 maggio 2018

Al fianco dei nostri eroi • Il Dispaccio

dispacciomaggioo2“Eroe, è quindi chi riesce a spezzare i vincoli condizionanti che lo legano, ora ad ora, alla grigia materialità del quotidiano, per seguire ad ogni costo la suprema armonia del cosmo, il sentiero della super-vita e della partecipazione al Grande Spirito. L’eroe è quindi portato a fare il proprio dovere, senza bisogno di alcuna costrizione, ed ha nella propria coscienza un giudice ben più acuto e inesorabile che un pubblico impiegato seduto dietro a un bancone. Libero, non è chi non ha padrone, ma chi è padrone di se stesso, e quindi l’eroe è il solo tipo umano veramente libero”.

(Rutilio Sermonti)

Eroi che camminano tra di noi

“Hai mai visto un eroe? Hai mai parlato con un eroe? Sei mai stato seduto ad ascoltare le parole di un eroe?”.  Parliamo degli eroi quelli veri, ovviamente: non gli atleti, più o meno stra-pagati; non gli attori, quale che sia la loro carriera artistica; e non i cantanti, per quanto belle siano le loro canzoni.
Nella tua vita hai mai potuto vedere le fiamme che ardono pure negli occhi di un eroe?: probabilmente, molte persone non potranno rispondere positivamente. “Non ci sono più eroi”, si dice. E forse è probabile, ma non del tutto vero. Perché vivono ancora oggi, e chissà per quanto tempo, uomini e donne d’altri tempi, d’altra scorza e d’altra razza che nella loro vita hanno indossato le nobili vesti dell’Eroe. E non hanno dismesso queste uniformi.

Chi sono? Per quel che ci riguarda, sono i Combattenti della Repubblica Sociale Italiana e le Ausiliarie del Servizio Ausiliario Femminile. Ragazzi e ragazze, spesso usciti con impeto e veemenza dalla pubertà e approdati nell’adolescenza e nella maturità perché il tempo era quello ed il proprio posto al fronte andava occupato. C’era – e c’è ancora, che tutti lo sappiano – una guerra da combattere sul fronte dell’Onore. Una guerra forse materialmente già persa, ma ancora da vincere – e già da questi eroi sontuosamente vinta – sul campo dell’anima.

All’occhio volgare e distratto, che si perde nei mille volti del mondo moderno, possono sembrare simpatici vecchietti ingrigiti interessati dai cantieri pubblici, nonnine vivaci alle prese con spesa e nipoti: ma dietro queste ‘maschere civili’ si celano leoni e leonesse della Storia. Capaci di giocarsi i propri vent’anni, se non di meno, per una scelta tanto semplice e pura, quanto difficile e contestata dai ‘vincitori’: lottare per quell’Italia Fascista che rappresentava la Tradizione e la Terra dei Padri, di contro agli sporchi interessi dei mercanti plutocrati. Il Sangue contro l’Oro, è stato detto!

E sia chiaro, ovviamente, che nella storia dell’uomo vi sono stati innumerevoli altri eroi, ma i Combattenti della Repubblica Sociale Italiana e le Ausiliarie del S.A.F. sono quelli più vicini a noi per tempo, spazio e natura. Perciò, parlando di loro, facciamo indirettamente riferimento a tutti gli eroi, sin dall’alba dei Tempi.

8 settembre 1943: nascono gli Eroi

La Tradizione etimologicamente significa tramandare, custodire e consegnare ai prossimi valori e principi quali Lealtà, Sacrificio, Onore e Fedeltà. Coloro che l’8 settembre 1943 scelsero di combattere per la Patria, lo fecero in modo disinteressato, con l’impersonalità attiva di chi è animato dalla virtù e dai valori dello Spirito, di chi ha un fuoco che brucia nel petto. L’esperienza che essi intrapresero, per molti fino all’estremo sacrificio, è un bagaglio inestimabile di un ‘altro sapere’, come ebbe a dire un ‘vecchio’ immortale guerriero di nome Rutilio Sermonti, un sapere che solo chi coltiva la propria anima può conoscere e ammirare.

E, allora, proviamo a calarci nella volontà di un combattente, di un volontario; proviamo ad immergerci, anche solo per pochi instanti, nella scelta di rinunciare ai propri affetti, a una giovane moglie, a un figlio appena nato, a un lavoro e a una vita tranquilla. Casa, lavoro, amici, fine settimana, automobili e passatempi, vacanze e domeniche in famiglia: rinunciare, eliminare, dire fermamente ‘no’ a tutto questo, quando il supremo e impersonale dovere chiama. Chiama per combattere, magari morire. Ma cosa provocava una scelta simile? Solo il senso del dovere? Certo, ma non solo. Perché combattere è un richiamo intimo e immediato, sovrarazionale e principiale, è il dovere di difendere i Principi a ogni costo, senza chiedere nulla in cambio: il combattente si arma, non per una medaglia o per un tornaconto personale, bensì per difendere la propria bandiera, i propri camerati, il proprio ideale. E se il male prende piede, il guerriero deve intervenire, sempre, a qualsiasi costo: girare le spalle al pericolo non si addice a un uomo, il combattente non trema, non scappa, non trova scuse, fa quello che deve, morire non importa. Morire può accadere. Ma morire può significare Vivere.

rsi fascismo italiaCombattenti e Ausiliarie, dunque, hanno vissuto l’Onore, la Fedeltà, la Lealtà, la Fratellanza, il Cameratismo, hanno conosciuto il dolore per un fratello ucciso in battaglia, il coraggio e la forza di volontà che spinge ad andare avanti sempre, anche quando lo stremo chiama la fine. Hanno avuto nella vita almeno ‘un’ora immortale’, come dice il generale Léon Degrelle. Loro hanno vissuto! Perché hanno compiuto una scelta, la Scelta, senza troppo indugiare, senza tentennare, di cuore – intesa come sede dell’Intelletto e parte più nobile dell’uomo – e per amore vero. Amore, a-mors, assenza di morte, ove il gesto eroico sublima la vita e la morte non c’è.

Qualche freddo analitico della storia e qualche codardo che si è venduto ai ‘liberatori’ li ritiene sconfitti. Ma nessuno li ha vinti: è forse vinto colui che continua a combattere per settant’anni, perché nessuno ha sciolto quel giuramento? Occorre riconoscere a questi Esempi il valore del loro sacrificio, che non è finito nel 1945 e che la sconfitta militare, in realtà, è valsa per un vincere più grande, per una vittoria metastorica di cui tutti noi, siamo riconoscenti.

La trincea, il freddo, l’isolamento da tutto e tutti, tutti quei giorni uguali, il rancio sempre più povero e quei volti dei propri cari che nella memoria svaniscono giorno dopo giorno, la fatica fisica, la fatica mentale, lo scoramento che incombe e la malattia che minaccia: roba per gente dura, che vince. Combattenti veri.

E allora, noi che scriviamo e leggiamo queste righe e siamo chiamati oggi ad affrontare il nemico, se oggi vogliamo continuare ad affermare un’idea, se vogliamo essere in grado di combattere questo nemico diverso da quello di settant’anni fa, ma altrettanto forte e disposto a sopraffarci, abbiamo bisogno di esempi, di testimoni di coraggio e forza d’animo, di uomini e donne integerrimi. Sono loro gli ultimi baluardi della Tradizione, contro tutto e contro tutti, col coraggio di chi, animato dalla Verità e dalla Giustizia, non cede neanche un metro.

A noi la fiaccola, alla Tradizione il cuore

campo memoria nettuno rsiSe questi sono, come infatti sono, i nostri Eroi, noi oggi possiamo dire lo stesso di noi stessi? Siamo i figli di un’epoca dominata dal lusso e dalla comodità, dalla mentalità borghese dell’uomo vile, di colui che non sa cosa significhi sacrificarsi per una idea, di chi, codardo e menzognero, è traditore prima di tutto di se stesso. Siamo i giovani del terzo millennio, i figli della decadente cultura occidentale, siamo quelli che consumano la vita senza chiedersi “chi sono? Da dove vengo e dove andrò?”, quelli che la società moderna vuole sonnambuli, i prigionieri della caverna di Platone che non sanno neanche dell’esistenza del sole.

Ma nessun mito incapacitante deve prenderci. Se ci è stato dato cotanto Esempio, significa che possiamo anche noi incarnare il Guerriero, su un’altra trincea, in una guerra diversa, ma certamente possiamo essere Guerrieri.

combattente rsiDefinirsi guerrieri non è assolutamente fuori luogo, se alla base si presuppone un lavoro di rettifica e ascesi. Il Guerriero, prima di impugnare le armi, è colui che è capace di discernere dentro di sé il giusto e il vero – che sono le fonti perenni di ogni Ordine – dall’ingiustizia e dalla menzogna – che sono la fonte di ogni disordine – dando così una dimensione spirituale e una direzione nobile alla propria azione. Il Guerriero è quel tipo d’uomo che spontaneamente riconosce nell’attitudine al coraggio, nella padronanza di sé, nella capacità di sacrificarsi indipendentemente dalla prospettiva di un guadagno, la via della propria realizzazione. Bisogna essere capaci di ricreare in questo tempo di pace la tensione interiore tipica della guerra: l’attenzione a ciò che si compie e a ciò che ci circonda, la determinazione, il rispetto di sé e dei propri fratelli e, non ultima, la semplicità, devono prendere il posto della superficialità, del vivere alla giornata, della meschinità e del vano individualismo, che caratterizzano troppo spesso il nostro comportamento.

La vita è una lotta, un luogo di confronto e di conoscenza, “ti reputo infelice, perché non sei stato mai infelice” afferma Seneca, indicando che proprio chi è stato più duramente provato dalla vita deve essere considerato tra gli uomini più valorosi, perché prima di aver trionfato all’esterno di sé costoro hanno trionfato all’interno di sé. Hanno trionfato contro le proprie paure, i desideri, le suggestioni e i turbamenti a cui l’uomo è sottoposto. Le situazioni esteriori, i rischi che si corrono, le prove a cui ci si sottopone, sono strumenti per conoscersi, per far riaffiorare il nemico che ognuno si porta dentro, che insorge con mille volti.

Dalla sconfitta sul campo di battaglia risorge la Vittoria

caduti guerraLa vittoria è data solo se si possiede un orientamento interno, a prescindere dall’esito della battaglia, quando cioè tutto il proprio essere viene assoggettato a una legge e a una disciplina spirituale: così, all’affiorare del nemico, si potrà essere sovrani di sé senza venire travolti. A questo scopo la migliore scuola, anche in campo politico, resta sempre quella degli esempi, la scuola della verifica nella realtà, dei sacrifici silenziosi, dove la militanza si trasforma in gesto rituale e in potenza creativa. È lo stile di chi sceglie la via più difficile; di chi non si tira indietro e per natura compie ciò che più costa con lealtà, è lo stile di chi assume un impegno totale, che non evita la vita dura e perfino rischiosa. È questo stile interiore, lo ‘spirito legionario’, che differenzia gli schieramenti, l’essere della stessa idea e lo stare sulla stessa via, non più l’essere, quindi, della stessa nazione o della stessa lingua. Idea che ha il suo fulcro nella visione spirituale e gerarchica, di contro a tutto ciò che è pura paccottiglia democratica.

Bisogna affermare un’etica del dovere libera da ogni retorica, farsi avanti un eroismo senza gloria, senza trionfi, medaglie o grandi gesta, poiché solo in questo modo si può sradicare ogni atteggiamento arrogante, capriccio, mania di originalità e di protagonismo, distrazione e mancanza di controllo. Uno stile essenziale e reale, in cui vale l’essere e non l’apparire, l’agire e non il parlare disordinato. Un’azione silenziosa e concreta che solo in questo modo, suggellata con il sacrificio, diviene azione sacra.

Militanza, il fronte che continua

onore fedelta rsiCi ricorda Degrelle, “non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre”. Il radicalismo del militante si concretizza in ‘meno prediche ma più esempi’, nella consapevolezza di quanto sia indispensabile procedere ad una formazione che è innanzitutto legge, regola, ordine, ascesi e disciplina. L’esempio di chi ha combattuto dimostrando sul campo il suo valore è un insegnamento che può e deve essere trasposto ancora oggi, nel contesto in cui viviamo. Ciò che infatti resta immortale, al di là delle contingenze spazio-temporali, è il senso di una vita come milizia in cui la guerra rappresenta il momento in cui si desta l’eroe, dove si spezza la routine di ogni vivere abitudinario e dove, attraverso le prove più dure, si propizia una conoscenza trasfigurata della vita in funzione della morte. Lotta, sforzo, azione, tensione affermatrice, ferrea determinazione sono considerate in uno speciale stile che ha il suo fondamento nella volontà eroica, dove ciascuno è il signore di se stesso. È l’atteggiamento interiore di chi fa proprio il detto: “Portarsi non là dove ci si difende, ma là dove si attacca”. E dinanzi ai momenti di sconforto e di stanchezza, non si deve mai abbandonare la speranza e la volontà di procedere; anche se a piccoli passi, ma in maniera inesorabile, come lungo un sentiero di montagna quando si accusa maggiormente la fatica.

È questa la strada dell’uomo nobile, del militante che non ha nulla a che vedere con l’uomo moderno, che si preoccupa del proprio tornaconto, del proprio desiderio o della propria gratificazione, o con il nostalgico, che rimpiange i bei tempi che furono.

Mantenere le posizioni: testimoni nel futuro

Il nostro compito oggi è far sì che questo bagaglio non venga lasciato nell’oblio della dimenticanza, perché la Tradizione è anche testimonianza, conservazione della memoria storica di un popolo: abbiamo la possibilità di ascoltare le esperienze di questi giganti, di conoscere il significato dell’essere fedeli, per oltre mezzo secolo, a una linea e uno stile, sia in pace sia in guerra. Quindi, noi giovani una possibilità l’abbiamo ancora, a patto di conservare l’umiltà di chi vuole imparare, la volontà di chi vuole lottare, l’abnegazione di fare militanza in nome di quei valori della Tradizione che i combattenti della R.S.I. hanno saputo incarnare nella vita. Possiamo lavorarci a fianco, guardarli negli occhi, imparare dalle loro esperienze, scoprire il patrimonio di virtù e di coraggio di cui sono portatori, aiutandoli nel contempo nell’incredibile opera di conservazione, tutela e riscoperta storica di testi, documenti, foto, che raccontino le gesta di questi uomini e queste donne. La loro eredità è la nostra eredità ed anche se oggi molti si affrettano a definirla scomoda ed ingombrante, il nostro compito è quella di farla conoscere, divulgarla, svolgere un’operazione di verità che cancelli il fango che l’ha ricoperta.

La Memoria si onora con l’azione. Non a chiacchiere

safNelle varie attività della militanza quotidiana, occorre ricordare sempre che essere veri militanti del Fronte dell’Onore non significa essere presenti solo agli appuntamenti ‘ufficiali’ ma soprattutto essere vicini ai Combattenti ed alle Ausiliarie nelle necessità quotidiane, lontani dalle luci della ribalta. Magari effettuando qualche servizio come andare per loro conto alla posta, fare la spesa, accompagnarli in macchina. Procurare il camerata di fiducia che può fare un lavoro a casa, gratuitamente o a buon prezzo. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, soprattutto quando a molti di loro, basterebbe una visita nelle feste comandate o semplicemente una telefonata. Questo spesso ce lo dimentichiamo, non considerando che magari, tra loro, vi è chi ha perso del tutto il conforto della famiglia o dei compagni d’arma.

Inoltre, mai dimenticare la grande opportunità di poter condividere tempo e momenti con i Combattenti. Ciò consente lo scambio di idee ed opinioni, fianco a fianco, fornendo così l’occasione di scoprire più a fondo le esperienze degli altri, tenuto conto che l’inesorabile trascorrere degli anni, inevitabilmente, molto presto ci impedirà di fare.

È essenziale comprendere come non vi può essere una continuità ideale, senza che vi sia stato un effettivo ed efficace passaggio di consegne, quel passaggio del testimone che vale come rito imprescindibile e che vive, anzitutto, nei fatti concreti.

campo della memoria Ricordare i caduti della R.S.I. è un dovere che si coniuga con quello di ricordare giustamente i tanti militanti caduti anche dopo la fine del conflitto mondiale. Cionondimeno, deve essere chiaro il legame anche con chi, nella storia, ancora prima dell’avvento del Fascismo, ha offerto la propria vita per difendere quegli stessi valori che nel Fascismo – e ancor di più nella esperienza repubblicana di questo – hanno trovato casa. È solo riconoscendo la linea ininterrotta della stirpe degli eroi, dalle origini ai giorni nostri, che si può riannodare il filo con i valori originari e con i nostri simili di tutte le epoche, senza fratture temporali. Noi non abbiamo paura delle rovine, il nostro presente ha un senso perché ha una eredità: la Tradizione.

“Come tante altre parole, anche “eroe” ha bisogno di una definizione. Non intendo, con essa, riferirmi a un comportamento eccezionale dettato da un attimo di esaltazione, di suggestione e di sacro furore, che può portare fino a «gettare la vita oltre l’ostacolo». Intendo definire quel fatto esistenziale e permanente, detto «concezione eroica della vita», che accompagna il soggetto in tutte le sue azioni e pensieri, anche apparentemente più tranquilli”.

(Rutilio Sermonti)