Pubblicato il 20 marzo 2018

Giovani morti • Il Dispaccio

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La vita è bella perché è lotta, gagliarda e leale. Solo infatti attraverso la lotta gli animi si purificano e si esaltano. La lotta è simbolo e sintomo di perenne giovinezza. Che vale possedere le verità più pure, le virtù più alte, se queste verità non si sanno imporre, se per esse non si sa impugnare una spada, se queste virtù non hanno il crisma del sangue?”.(Niccolò Giani)

Autopsia

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Abbrutiti o frenetici. Rinchiusi in casa o vagabondi delle piazze. Analfabeti o espertissimi delle nuove tendenze. Erotomani senza pace o pavidi imbranati di fronte alle donne. Imbrigliati negli schemi borghesissimi o beceri cafoni, prìncipi della bestemmia. Da qualunque prospettiva parta lo sguardo, il ritratto dei giovani contemporanei si scrive come un bollettino medico impietoso: decesso. Sono morti.

Sono proprio morti quegli obesi adolescenti che nemmeno hanno il gusto per il cibo, tanto il fast food li sazierà (a meno che qualche buon piatto non serva per ottime foto su Instagram). Nemmeno bramano per il sesso, tanto c’è YouPorn e quando si trovano davanti una donna in carne e ossa restano inebetiti e inerti. Nemmeno sognano di cambiare qualcosa nella loro esistenza, tanto con il basso profilo di chi se ne fotte si può arrivare ignavi, senza infamia e senza gloria, al momento di spirare, senza arte né parte.


Per svolgere un esame serio della gioventù che si trascina nei nostri giorni, sarebbe troppo facile fare i sociologi e gli opinionisti da quotidiano sinistroide
. Troppo semplice sarebbe inventarsi psicologi della crescita per rivelare la causa di questa morte accertata. Addirittura, sarebbe veramente inutile sproloquiare su questa realtà moderna, perché troppo se ne dice e troppo se ne parla. Questo non ci interessa, ora, in questa sede[1].

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Ci interessa, invece, osservarli questi giovani, perché noi – per età – siamo loro coetanei, qualcuno di noi addirittura più giovane, adolescente diremmo. Ma non ci piacciono, noi non siamo come loro o, meglio, vogliamo fare tutto per emularne niente. Perché se è vero che loro sono una sconfitta, l’espressione di quel “bel mondo di merda che vi siete costruiti”, rispetto al quale “quanti complimenti che vi siete meritati”, a noi interessa non essere come loro. Ed oggi di questo vogliamo parlare, anche se, prima di partire, concedeteci di alzare il volume…

Vi chiederete: «Come mai?», è perché avete rinunciato a difendere il futuro di ciò che vi è stato dato. E per questo i vostri figli non vi sanno rispettare, non conoscono il rispetto, non hanno niente da imparare. Sempre allegri e pronti a tutto alle cinque di mattina imbottiti di pasticche, merendine e cocaina. Sono questi i vostri giovani che vi dovevano salvare, sono andati fuori strada con la macchina del padre. Sono questi i vostri giovani a cui avevate insegnato i valori della pace e gli errori del passato. Sono questi i vostri giovani democratici, sinceri, rimbambiti da giochetti, puttanate e cellulari!” (Come mai”, Sottofasciasemplice).

Gioventù e ‘nuova’ normalità

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I giovani contemporanei dobbiamo conoscerli per non ‘essere normali’. Perché oggi i ‘normali’ sono loro: sono questi giovani che si trascinano nei loro giorni, dal lunedì faticoso al sabato da sballo, alla domenica apatica, senza mai porsi qualche domanda che metta in discussione il loro orizzonte. L’orizzonte non ce l’hanno, a meno che non appaia sullo schermo del telefono cellulare, oltre il quale lo sguardo non può andare. I giovani di oggi sono egoisti: chiedono, domandano, pretendono, si indignano. Non si sono mai posti alcuna domanda esistenziale: guai a chiedersi “chi sono?” o “cosa ci sto a fare in questo mondo, qui e ora?”. E se per caso qualche domandina scottante possa spuntare, allora tutto viene rimandato a una presunta ‘età della maturità’, a tempi opportuni, che però mai arriveranno. Ora è tempo di divertirsi: perché alla gioventù che sognava la guerra e l’eroismo si è sostituita la gioventù che deve ‘godere’ l’età, perché ‘certi piaceri non tornano più’. Fiumi di parole, parole su parole, per giustificare un’esistenza senza principio e senza mèta[2].

E proprio la loro parola è ormai la bestemmia: mai e poi mai negli anni addietro si sono sentite tante bestemmie nel linguaggio comune e, soprattutto, dei giovani. Nella società che ha ridicolizzato tutto, che ha mischiato tutto facendo perdere ogni valore e ogni orientamento, vale tutto. Si può insultare tutto e deridere tutto. Figuriamoci “quella cosa così astratta e inesistente, che tanto non esiste altrimenti non permetterebbe tanto dolore”, ossia Dio[3]. Così la lingua va, parla e straparla, terminale rozzo di un’anima in pena che si perde dietro qualsiasi cazzata che vi faccia capolino.

Sono morti con la ‘rivoluzione’, che i loro nonni e i loro genitori gli hanno apparecchiato tra droghe e tette nude esibite per fiero femminismo nel nome della ‘libbertà’. Ma sono morti quasi tutti senza sofferenze, perché non se ne sono accorti, perché stanno nella caverna e quel nero cupo lo chiamano ‘cielo’. Altri – pochi – invece sono morti e lo sentono, ne soffrono, perché ogni tanto qualche barlume di coscienza riaffiora e si vedono persi in quel mondo orizzontale senza uscita, soffocati da un percorso di vita prescelto e preconfezionato, che percorreranno fino alla morte biologica: ma gli psicologi, supportati dai genitori, hanno già trovato la loro identità e, bollandoli come ‘depressi’, alla fine li hanno ‘salvati’, hanno ‘capito il problema’ e quindi il tema è superato. Sono depressi, poverini (“forse sarà qualche genere”), ma certamente non sono normali e, allora, non è normale nemmeno la loro insoddisfazione per questo ‘migliore dei mondi possibili’, ossia il nulla cosmico che abita le strade.

Strade vuote. Bacheche piene

dispaccio-4Le strade. Ma quali strade?! Quali piazze?! Quali luoghi di ritrovo e di socialità?! Non c’è più nessuno in giro. Stanno tutti a casa, rintanati, a farsi le foto fatte con la luce giusta, i vestiti stirati e le pose migliori. Hanno paura di uscire, abitano un corpo che non vorrebbero, sentono un’anima che non dominano e non percepiscono lo Spirito che li dovrebbe orientare. Alcuni escono per fare serata in qualche locale. Altri per imbrattare i palazzi, i monumenti e le chiese con i tag, i degni ‘figli del caos’ (come li chiamava un nostro camerata che non è più con noi). Ma, alla fine, ogni opinione (se così la possiamo chiamare), ogni moto dell’anima, ogni tentativo di approccio si risolvono nei social network, con le foto di luoghi che non hanno mai visto, con le voglie che non hanno mai avuto e i pensieri che non hanno mai fatto, ma che le loro identità false certamente possiedono nell’irrealtà. Perché una volta era ‘normale’ avere le palle per provarci con una ragazza, era ‘normale’ confrontarsi per strada, esponendo la propria idea, a volte anche finendo con qualche schiaffo volante. Oggi le strade sono vuote, ma le bacheche di Facebook sono piene[4].

Questi giovani non vi salveranno

Che dire poi della perenne ricetta dei vecchi per risollevare le sorti della società contemporanea? Ci pensano i giovani”, “C’è bisogno di giovani”, “Lasciamo fare la gioventù e mandiamo in pensione i vecchi”, “Che tornino i cervelli in fuga”… Poveri illusi, a volte anche colpevoli con dolo, perché non vedono – o non vogliono vedere – che la gioventù contemporanea è uno zombie con le cuffie che ciancica la gomma. Credono che, solo per il fatto di avere pochi anni in meno, questi ‘ritardati psichici’ – come li definisce J. Evola – avranno la ricetta per l’economia e per la società, distruggeranno le ingiustizie, per un mondo più giusto. Ma proprio questi ‘vecchi’, che si sono chinati a succhiare tutto il sale della terra senza pensare al futuro, dando le spalle al Cielo e male-educando le nuove generazioni, eliminando ogni riferimento – anche solo popolare – al Sacro, ora sperano con avidità nel prodotto dei loro amplessi volgari e irresponsabili. Proprio questi ‘vecchi’, terrorizzati dalla vita da pensionato in cui non sapranno come impiegare il resto della vita che resta, fanno la morale o, peggio, chiedono ai giovani di fare ciò che non hanno fatto quando potevano: i giovani non verranno a salvarli, non ci sono super-eroi, l’Erasmus non li ha dotati di poteri incredibili… Si rassegnino, sono morti. Perché sono proprio come loro, forse meno colpevoli, ma certamente della stessa pasta: neo-sessantottini o pariolini decerebrati, cervelloni iper-studiosi o improbabili frane quasi analfabeti. Basta guardarsi intorno: veramente qualcuno pensa che saranno loro a salvare questo mondo alla rovina?

Si salvino i giovani ancora in vita!

South Korea Japan Hit MessengersSe questa conclusione – meglio, autopsia – è corretta, è compito indeclinabile e improcrastinabile della ‘Giovinezza’ quello di essere ‘Primavera di Bellezza’, ossia comprendere la situazione attuale con freddo realismo e rimboccarsi le maniche, per formarsi, per combattere.

Giovinezza, gioventù autentica, che se ne frega della carta di identità e della data di nascita, perché ‘essere giovani’ non si lega all’età, ma al modo di vivere, di pensare, di essere: è Giovinezza spirituale. Forse che, per citare un gigante, Rutilio Sermonti sia stato mai ‘vecchio’? Qualcuno ha mai pensato a Rutilio come un anziano? Rutilio ha cristallizzato e sublimato i suoi vent’anni nel marmo splendente della sua anima forgiata da Fede e Azione, sottraendosi all’età adulta dei calcoli e alla vecchiaia dei rimpianti. Rutilio ha spaccato il tempo e lo ha piegato a sé, lasciandogli solo il corpo, involucro pesante e grossolano che non merita tutte quelle attenzioni che oggi gli sono riservate. Ma ne potremmo citare altri, perché sono tanti gli esempi di Giovinezza che ci sono stati consegnati: sta a noi, militanti del 2018, ardere seguendo il loro esempio. Diceva un caro amico: “Per quanto anche noi siamo uomini moderni, a differenza di questi ultimi il nostro cuore è antico e, quindi, forte, resistente, non soggetto ai condizionamenti. Per questo il nostro cuore è giovane”.

Quindi, nella gioventù che viviamo non stiamo a guardare: ci stiamo dentro, ci muoviamo dentro questa, sebbene cercando di non farne parte. Ed è solo una Grazia vera, quella che ci è stata concessa: starci dentro ma fiutare la puzza di morte per potersi distaccare. Essere biologicamente giovani come tanti, ma aspirando a ben altra gioventù, perché le nostre stelle comete, i nostri fari indicano altre rotte, quelle della Tradizione.

Tradizione è vita

Allora, la Tradizione traccia la via per restare in vita, come sempre: mettersi in gioco e donare tutto, sacrificarsi continuamente, lottare e vivere per ciò che è superiore a noi stessi, che è puro e non soffre i malanni del nostro tempo. Essere avanguardia, prima linea, trincea avanzante e insuperabile. Marcia incalzante che procede per tramandare: ci è stato offerto il dono più grande, il Testimone, e non sia mai che resti nelle nostre mani pigre e occupate. Occorre rinnovare il messaggio e passarlo a chi verrà, ai giovani di domani, affinché siano effettivamente Giovinezza. Dunque, con lo slancio interiore di chi sa rinunciare perché si distacca dalle lusinghe del mondo moderno, è compito della gioventù autentica manifestare l’entusiasmo infuocato per la battaglia in atto, la quale non è visibile perché il Nemico si maschera, ma che è verissima e molto più cruda e meschina di quanto si pensi.

All’apatìa e all’abulìa dei nostri coetanei, si risponda fieramente e con un sano e costruttivo ‘menefreghismo’, risoluti e ‘nudi alla meta’. Per l’appunto, nudi perché spogliati dalle mode che si impongono sui giovani. Nudi perché liberi dalla morale borghese del “meglio non dirlo”, del “fai finta di niente”, del “ognuno è libero, basta che non mi disturbi”. E, ancora, nudi perché essenziali, ricercando solo ciò che è Vero, Giusto, Bello, distaccati dalle illusioni del mondo moderno.

Attenti, l’autentica Giovinezza sta marciando

Così, tra i banchi di scuola, nelle università, ma anche sul posto di lavoro o al bar con gli amici, gli autentici giovani, riuniti in comunità, manipolo di fratelli di spirito, camminano compatti e sorridenti, luminosi e fieri, incarnando uno stile e una tenuta interiore palpabili e ben riconoscibili, senza alcuna manifestazione scomposta o plebea: niente sputi per terra, maleducazione né bestemmie, tipiche dell’informe già morto, bensì solarità, sobrietà, gioia, ordine. Eh già, la maleducazione. Si rifletta un solo secondo sull’etimologia della parola educazione, dal latino educĕre ovvero ‘tirar fuori ciò che sta dentro’. A giudicare da ciò che sta avvenendo, che c’è dentro il giovane di oggi?

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Lo Stile di cui parliamo, invece, è quello che proviene dalla Visione del Mondo tradizionale, di chi riconosce l’unica realtà nei Principi della Tradizione: la Fedeltà, vera Fides, verso l’Idea e il Capo che meglio la sa incarnare; la Gerarchia, l’ordine sacro, assoluto e non negoziabile, contro ogni viscida tendenza egualitarista; l’Onore, il rispetto per la parola data, a qualsiasi costo; il Sacrificio (sacrum facere), per far della propria vita uno strumento del Sacro; il Coraggio, quando tutto intorno crolla ma l’uomo vero resta in piedi; la Temperanza, per il controllo sul proprio Ego affinché tutto ciò che è anima – e non Spirito – sia relegato alla corretta collocazione che gli spetta; e così via… Chi vivifica questi principi sa incarnare lo Stile militante, da opporre alla decadenza moderna: lo Stile del dono disinteressato, compiendo ogni azione come se da questa dipendesse tutto e per sempre, quindi con romana gravitas e greca agape, di contro al mondo moderno che ci vuole distratti, irresponsabili e sciatti, in attesa della prossima occasione così da poter sprecare tutte le occasioni. Dunque, così la Visione del Mondo, così lo Stile, se si è uomini di parola.

Sì, vabbè, belle parole… Ma restiamo nel campo ideale: dove sta questa Tradizione nella mia vita da giovane nato nel 2000?”: questo dicono tanti, questo pensano molti che leggono il Dispaccio. E, purtroppo per loro, la Tradizione è, sempre e comunque, a prescindere: quindi, bando alle ciance e rimbocchiamoci le maniche, perché la militanza sul fronte della Tradizione, quella che dà la Giovinezza, è proprio in questa vita.

Così, a chi chiede “dove sarebbe questa Fedeltà nel 2018?”, si risponda: tu credi, credi fermamente nell’Idea e vedrai che saprai rinunciare a infamare un amico per salvarti da una brutta situazione, lottando al suo fianco; saprai rinunciare a un’uscita con una ragazza per un impegno militante; saprai spegnere l’iPhone per dedicarti a una lettura formativa, perché saprai che una frase di Degrelle vale più di ennemila post di Facebook.

Poi diranno “Onore, parola di centinaia di anni fa…”. Allora, risponderemo: dignifica la tua natura e rispetta l’eredità dei Padri, così saprai arrivare in orario a un appuntamento, perché è parola data; saprai accettare di ripagare con impegno un errore compiuto; saprai rischiare qualcosa per difendere l’Idea, un camerata al tuo fianco o un segreto.

Ma quale Sacrificio?! Meglio pensare al portafoglio!”: a queste tristissime frasi, sapremo rispondere col sorriso di chi prende la vita come un gioco serio e se la gioca fino in fondo, senza risparmiarsi. Infatti, che vita è quella vissuta col freno a mano tirato, col timore di sbagliare e di rischiare qualcosa, in cui nulla si è fatto per la Rivoluzione, in cui non si è dedicato un minuto alla Formazione di sé, in cui l’unica tradizione apparsa sono le lasagne della nonna quando arriva domenica? Chi nulla dona, nulla vale”, motto fiammante della Scuola di Mistica Fascista.

Giovinezza al cospetto degli Esempi, schierati!

Si arrossano le guance e si abbassa lo sguardo pensando ai giovani eroi della Scuola di Mistica Fascista o ai mitici militanti della Guardia di Ferro, per citarne solo due casi. Forse è troppo scomodare tanta gloria e tanto Esempio. Ma ciò, magari, può essere utile per misurare la distanza siderale tra la Gioventù vera, autentica e cantante “Il nostro Onore si chiama Fedeltà” e quella gioventù meramente anagrafica, per l’appunto già morta.

Quindi, facciamola questa analisi. Facciamola dentro ognuno di noi. E scegliamo. Perché non si resta nel limbo, non c’è posto per l’ignavia… Una posizione deve essere presa. Una scelta deve essere compiuta. O di qua, dalla parte della Tradizione e della Giovinezza che infiamma, accende, “scavalca i monti, divora il piano, pugnal fra i denti e bombe a mano”. O di là, nelle canzoni melense e disimpegnate, romantiche e perdute dei cantanti con le sopracciglia rifatte. E, sia chiaro, la scelta va fatta ora, qui, hic et nunc. Perché in giro è pieno di giovani morti, che stanno diventando zombie e cercheranno di contaminarci. Quindi, l’adunata è chiamata, il corno squilla, serriamo le file e schieriamoci: che la nostra sia Giovinezza, Primavera di Bellezza!

I giovani dovrebbero sentire che vocazione più alta di quella di essere degli innovatori ad ogni costo: è l’ambizione e la fierezza di essere gli esponenti di una tradizione, i portatori di una forza trasmessa che va accresciuta e potenziata con tutto ciò che può assicurarle una direzione inflessibile e priva di compromessi in questo mondo di confusione e di rovina”. (Julius Evola)



[1] Cfr. il Quaderno n. 3 per la formazione del militante della Tradizione ‘L’uomo della Tradizione. Stile e Ascesi’, Raido, Roma 2015, di seguito ‘Quaderno n. 3”.

[2]Il livellamento borghese e democratico ha atrofizzato la visione sacra ed eroica della vita, causando il rapido declino delle “società di uomini” e il sopravvento di una visione del mondo individualista, materialista ed edonista. Le maggiori conseguenze di tale processo dissolutivo sono pagate proprio dalle giovani generazioni che, prive di un riferimento superiore, sono vittime di un profondo disorientamento. Allevate nel culto dell’agiatezza, dove tutto è permesso e nulla deve mancare, nella logica del “tutto e subito” tipico dei bambini viziati, il modello educativo della società contemporanea è la soddisfazione del proprio comodo, il sogno della carriera, la celebrità o la ricchezza.”. Cfr. il Quaderno n. 3, capitolo 8, paragrafo 8.2, pag. 104.

[3] Si faccia attenzione. Qui non si pratica né una piccola morale borghese che potrebbe scandalizzare i rivoluzionari nichilisti del ‘me ne frego di tutto’, né un ‘attaccamento alle forme verbali’ che tanto fa sorridere i neoiniziati 2.0. Se Dio è il nome universalmente riconosciuto dalla Tradizione attraverso il quale si identifica il Principio divino (metafisicamente l’Essere), per chi aspira ad una visione sacra della vita (fatta, anche, di onore, fedeltà, lealtà, sacrificio, ecc.), Dio non può e non deve essere offeso. Mai.

[4]Senza generalizzare, è facilmente riscontrabile come buona parte della gioventù di oggi, paragonata alle precedenti, sia omologata e dotata di una concezione del mondo e di quel che accade quotidianamente, basata su quanto i mezzi di informazione filtrano e mediano, dove ogni evento è una notizia che rimanda a forme stereotipate. La realtà, interpretata e recepita in maniera del tutto acritica e passiva, senza l’elaborazione di una propria ed autonoma visione delle cose, rende la vita espressione di un lassismo interiore, in cui è assente qualcosa di più alto, in cui a mancare è la volontà di mettersi in gioco e sacrificarsi per un’idea, di vivere un’esperienza in maniera responsabile e disinteressata”. Cfr. il Quaderno n. 3, capitolo 8, paragrafo 8.2, pag. 106.