Pubblicato il 23 maggio 2018

“Non chiamateli Kamikaze” (19.05.18) – recensione

kamikaze-1Sabato 19 maggio, da Raido, Daniele Dell’Orco – pubblicista e scrittore – ci ha spiegato perché non è giusto descrivere con la parola Kamikaze tutti i guerrieri suicidi al di fuori di coloro che sacrificarono loro stessi nelle Tokkotai: le divisioni Giapponesi suicide di assalto speciale, utilizzate contro l’esercito degli Stati Uniti a Pearl Harbour e nella guerra del Pacifico.

kamikaze-giubilei-regnani_cover-600x912L’ha fatto presentando il suo ultimo libro: Non chiamateli Kamikaze. Questo è un lavoro rigorosissimo: l’Autore ha analizzato la millenaria cultura giapponese, nonché il mondo islamico, dal punto di vista spirituale, politico, storico, sociale e geopolitco. Quando si parla delle Tokkotai, infatti, non si può non prendere in considerazione quell’incontro tra Shintoismo, Buddhismo Zen e Confucianesimo che, nei secoli, trovò la sua sintesi nella fedeltà all’Imperatore, tale perché di diritto divino. Ancora, non si può non considerare che il Giappone è stata una realtà storico-politica rimasta chiusa per secoli e che, all’indomani della Restaurazione Meiji, venuta meno la casta dei samurai, adoperò una progressiva “samuraizzazione” dell’intera società tramite i testi cardine del Bushi-do e dell’Hagakure.

Al contrario, nella sua evoluzione storica, culturale e politica, il mondo islamico è sempre stato caratterizzato dalla più assoluta eterogeneità: sunnismo, sciismo, eresie, movimenti e dinastie si sono incontrate e scontrate per secoli. Ed infatti il mondo degli Shuhada (dall’arabo “martire”, ossia colui che dà la propria vita per l’Islam, dunque, declinandolo, anche i guerrieri suicidi), nella sua accezione più ampia – spesso impropria – presenta nel suo seno innumerevoli differenze.

Da una parte coloro che hanno sacrificato la loro vita avendo tutto da perdere, come dono disinteressato a Dio (Allah), dall’altra coloro che cercano la morte per fuggire dalla loro condizione di reietti sociali, già micro criminali ed emarginati di ogni genere. Tra i primi sono stati ricordati, ad esempio, gli “sminatori umani” iraniani che, all’indomani della guerra Iran – Irak, sminarono i territori al confine con l’Iran passeggiandovi sopra. Tra i secondi, gli attentatori suicidi dei gruppi e delle cellule terroristiche, tra i quali sono stati presi ad esempio gli attentatori di Parigi. Questi sono soggetti del tutto privi di fede e formazione religiosa, alimentati solamente dall’odio e fomentati da quella “pornografia della violenza” tanto cara agli ingegneri del terrore.

Se i primi, come anche i guerrieri suicidi giapponesi, scelgono la vita e la offrono in dono perché la amano; i secondi scelgono la morte, loro e degli altri, perché rappresenta ai loro occhi l’unica via d’uscita. Da notare che se per i primi gli obiettivi sono sempre militari o istituzionali, per i secondi, invece, si tratta quasi sempre di civili inermi.

Un altro aspetto trattato dall’autore è stato la preparazione e la meditazione sulla morte che precede queste azioni. Da quella Zen, fondata sull’impermanenza della vita terrena, a quella dell’Islam, per cui la vita ha senso solo se in funzione di Allah. Al contrario, non stupisce che tra i terroristi questo genere di dimensione sia assente e che il loro reclutamento ed addestramento avvenga principalmente tramite internet visto che, spesso, non conoscono neanche l’arabo e non possono perciò abbeverarsi ai testi religiosi veri e propri.

È stato poi accennato al ruolo svolto dal Bushi-do nella formazione dei guerrieri giapponesi. Ancora, sconosciuta curiosità, su quelle che furono azioni militari di tipo suicida degli eserciti italiano e tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dell’Orco ha così svolto un’importante azione di testimonianza: ha ridato alle cose il loro nome. La Tradizione è infatti semplicità e chiarezza, la sovversione è invece caos e confusione. Dove c’è il caos, lì si annida la sovversione.

Basta pensare ai vari “mostri mediatici” che una dolosa distorsione del significato delle parole ha generato. Il più lampante è quello dell’”omofobia”: il nome che dai nemici del Vero, del Giusto e del Bello è stato dato a chi conserva ancora l’Amore per l’ordine sacro, dunque legittimo, delle cose.

Inoltre, come sarebbe possibile combattere un nemico – in questo caso anche fisico – se non lo si riesce nemmeno ad identificare? Quella compiuta da Daniele Dell’Orco con il suo libro è una piccola battaglia entro la grande guerra per il trionfo della Verità.