Pubblicato il 23 aprile 2018

Per cosa combattiamo • Il Dispaccio

 

dispaccioaprile“Di un legionario puoi aver fiducia, perché, quando si prende a cuore una cosa, egli la conduce felicemente a termine’. Il capo dei legionari è un uomo straordinario, il quale riesce vincitore in ogni situazione, per quanto difficile sia. Egli deve essere vincitore. Se cadrà, si rialzerà e vincerà [...] con la scuola del cuib e col potere dell’esempio”.

(Corneliu Zelea Codreanu)

Fermati un attimo: per cosa stai combattendo?

Nel vortice del quotidiano del militante, tra riunioni, eventi, attività, volantinaggi, turni di pulizia e birre tra camerati, occorrerebbe fermarsi con regolarità e chiedersi: perché lo facciamo? In fondo, per cosa combattiamo?

Per cosa combattiamo” è una prospettiva già di per sé ottimista: presuppone che già stiamo combattendo. Combattere vuol dire già conoscere il campo di battaglia. Vuol dire già conoscere il nemico. Vuol dire già aver armato la propria anima per il combattimento. Vuol dire avere un obbiettivo ed una strategia, mentre troppo spesso abbiamo visto camerati animati da ottime intenzioni, le cui iniziative però si sono sciolte come neve al sole, una volta esaurito l’entusiasmo iniziale.

Perché combattere presuppone coraggio, strategia, tattica, senso del sacrificio, onore… Insomma, non basta stringere i pugni e fare la faccia cattiva per combattere. Arrivare al combattimento è già difficile di per sé. Perché combattere non è agitarsi. Combattere non è sbandierare la propria presunta appartenenza con un becero “io sono fascista e me ne frego”. Non è indossare una bella maglietta di una marca di camerati o un cappellino con una bella frase. Non è nemmeno il compromesso delle parole non dette e delle alleanze tappandosi il naso. Insomma, per chi non l’avesse capito, oggi il combattimento va conquistato, perché è un privilegio.

È dunque giusto chiederselo e ribadirlo: cosa vuol dire ‘combattimento’? Fuggire questa domanda ci rende persone agite, agitate, passive, inconsapevoli della nostra battaglia.

tossicodipendenzaInizialmente, quando si inizia a fare militanza, veniamo spinti soprattutto da un disprezzo totale per il mondo moderno, che sentiamo così epidermicamente ostile al nostro essere. Ma il resto, l’Amore vero, non riusciamo a decifrarlo bene, a descriverlo: ci è sufficiente che ci sia. “Questo mondo mi fa schifo, non so dire perché ma lo sento fortemente”, questo è il pensiero ricorrente dei nostri sedici anni. Poi, però, col tempo che passa e la maturità che arriva, allora è nostro compito trovare quel ‘perché’, rispondere a quel ‘perché’, dargli un senso, una forma e un’essenza. Altrimenti, finito l’entusiasmo dei vent’anni, se ne vanno anche le speranze di rivolta e si passa dalla parte dei ‘rimpiantisti’ che in ciabatte confidano nelle nuove generazioni.

Andando avanti, quindi, siamo chiamati a definire sempre meglio i motivi e le aspirazioni che ci spingono alla battaglia: è necessario per pianificare, lottare e vivere. Perché la vita è una battaglia su questa terra.

Quel nemico che è fuori e dentro di noi

Va bene tutto, ma contro chi dobbiamo combattere? Quale sarebbe il campo di battaglia? Occorre chiedersi chi sia il nemico e dove dobbiamo affrontarlo, per evitare fendenti scagliati al buio, contro manichini e mulini a vento.

Allora, facciamo una premessa: il nemico è uno solo, ma si manifesta sia all’infuori di noi – come nemico esteriore, è il Mondo Moderno, con le sue storture e le sue ingiustizie –, sia all’interno di noi – come nemico interiore, il nostro viscido Ego, ben più meschino e difficile da combattere, con le sue scuse borghesi e le sue bassezze sentimentali.

Se guardiamo, dunque, al nemico esteriore, al Mondo Moderno, di fronte alle sue minacce sempre più subdole e serpentine, il semplice disprezzo non basta più: la risposta deve essere affermativa. Netta. Inesorabile.

trainspottingIl Mondo Moderno, infatti, fa consapevolmente leva sui più bassi istinti dell’uomo, su ciò che lo rende bestia. Lo aggira, lo accerchia, lo seduce: sesso, soldi facili, benessere edonista. Ecco, è l’immaginario e la faccia sorridente di questa ‘illusione reale’ che ci circonda, con alito fetido e profumi inebrianti: democrazia, liberismo, globalizzazione, economicismo, miseria e povertà, flussi migratori, profitto ad ogni costo, droghe, abulia e passività, bruttezza, caos, materialismo, ateismo. Non dilunghiamoci nella descrizione: chi non vede tutto questo, non può combattere.

Ma attenzione, perché il disgusto è istintivo ma non basta: anche i ‘neo-sociali’ disprezzano a parole il Mondo Moderno tacciandolo di ‘capitalismo’, ma non sono che l’altra faccia della medaglia del Materialismo: forse li brucia l’invidia del denaro, non hanno prospettiva verticale, hanno fallito nel tentativo di arricchirsi, “capitalisti che non ce l’hanno fatta”, materialisti tanto quanto i capitalisti, ma con la sfiga di essere anche peggio di loro, se possibile. Senza una visione spirituale della vita non può esserci vera e sincera battaglia contro il Mondo Moderno.

Perché la modernità è dare un prezzo ad ogni cosa. È fondare i rapporti sull’interesse e sul profitto, sull’edonismo come cieca ricerca del piacere ad ogni costo, è una finta uguaglianza condita di stucchevole buonismo, è il luogo dove la verità non è altro che ciò che ci soddisfa ed ingrassa, è la droga che uccide come mosche le nuove generazioni, è l’Unione Europea che distrugge il cibo prodotto in eccesso invece che ridistribuirlo dove serve. È il mondo dove la propria viltà ha sempre una via d’uscita, anche di fronte a palesi contraddizioni: è il mondo del divorzio, ma dei ‘matrimoni’ tra omosessuali; è il mondo dell’aborto che uccide vite umane ma anche dei vegani, che non vogliono far soffrire gli animali; è il mondo in cui “la vita è sacra”, ma dove esiste il testamento biologico per invogliarti a privartene e fare spazio senza troppi pensieri; è il mondo che “ha vinto la schiavitù”, in cui però masse umane vengono spostate da un continente a un altro per coltivare pomodori e mischiare i popoli: nuovi schiavi per le tasche dei grandi capitalisti anonimi e costante minaccia alle nostre radici.

È il mondo del buonismo a tutti i costi, in cui tutti dobbiamo volerci bene, ma in cui gli eroi sono i gangster alla Gomorra, in cui al telegiornale vengono pedissequamente descritti i dettagli degli omicidi più efferati, quasi a stimolare una sadica volontà di emulazione. Nei Paesi ancora civili, come lo sono alcuni Stati del Medio Oriente, esiste la censura. La censura è segno di civiltà. Perché non tutto è per tutti, vanno preservate le anime, soprattutto oggi che sono così sporche. Invece, diffondendo certe notizie e certe immagini, si aprono delle porte che non si chiudono più.

A voler comprendere la radice prima di tutta questa immondizia, l’origine del Mondo Moderno è la negazione: dell’eroismo, della Bellezza, del valore, del coraggio e della nobiltà. Negazione del Sacro. E la sua natura, la pasta di cui è fatto è l’odio: anche qui, odio verso il Sacro.

“Ci si odia tra uomini, tra classi, tra popoli, perché tutti si accaniscono nella ricerca di beni materiali il cui possesso furtivo rivela il nulla.

Ma tutti rinunciano ai beni – alla portata di ciascuno – dell’universo morale e dell’eternità spirituale” (Militia, L. Degrelle). Tradotto al mondo di oggi: “Datemi i soldi, datemi il benessere… E il Paradiso? Poi vediamo, posso aspettare…”

Questo è il nemico esteriore, che vediamo (o almeno dovremmo) fuori di noi.

bodyart01-_8_1-minMa soprattutto, c’è il nemico interiore, quel nemico ben più ostinato, che è anche l’origine del Mondo Moderno: è’ l’Individualismo, non concepire altro oltre se stessi, soffrire una profonda mancanza di riferimenti verso l’Alto. È contro questo che occorre, più di tutto, prima di tutto e soprattutto, combattere.

L’individualismo è radicato nelle anime degli uomini e spesso noi stessi ne siamo portatori (apparentemente sani): lo individuiamo molto facilmente al di fuori di noi, ma è sempre molto duro stanarlo dentro di noi. Perché da bravi uomini del tempo di oggi siamo anche i migliori avvocati di noi stessi, pronti a difenderci a spada tratta, come non sapremmo mai e poi mai difendere nessun altro. Questo è il quadro, questa è la situazione di oggi.

Allora, per arrivare al combattimento, possiamo chiederci finalmente: per cosa dobbiamo combattere? Per cosa combattiamo?

“…Noi combattiamo per la Tradizion…”

Non c’è nulla al di fuori della Tradizione!

Sì, è vero che siamo bombardati dal Mondo Moderno e siamo accerchiati; è vero che piano piano lo Spirito si è celato da questo mondo; è vero che siamo nati nella caverna descritta da Platone e non c’è ombra che si rifletta sulle sue pareti… E’ vero tutto. Ma, purtroppo per noi (‘purtroppo’, si fa per dire), non siamo del tutto giustificabili. Perché la Tradizione c’è sempre, a prescindere da tutto. Ed è ancora accessibile a chi veramente, violentemente, arditamente, nobilmente, convintamente lo voglia.

Noi abbiamo una civiltà millenaria in cui ambiamo affondare le radici delle nostre anime. Abbiamo l’esempio degli eroi, gli insegnamenti dei Santi, la pietas dei nostri avi, che fondavano colonie ad immagine di Roma la quale, consacrata dal sacrificio dei suoi figli migliori, rendeva vivo il mito nella storia. Quello stesso mito che i monaci-guerrieri e la miglior cavalleria medievale, seppero rinnovare in nuove e vivificate forme, che ci impongono l’unico e sacro dovere dell’azione, l’unico e sacro dovere del combattimento, a difesa e rinnovamento di tutto ciò. Abbiamo un profondo sentire, difficile da riscoprire, ma inesorabile, che richiama dallo Spirito che ci informa.

Ecco allora per cosa combattiamo e per cosa dobbiamo combattere, affinché questo mandato, consegnatoci dalla Provvidenza, non rimanga disatteso.

raido tradizione combattere militanzaUn mandato enorme, che sa di Eternità, che si vivifica nelle piccole cose, nella vita quotidiana, che sembra di poco conto ma che è determinante. È infatti sempre facile infiammarsi per le cose che, a prima vista grandi, muoiono nell’inesorabilità di un fuoco di paglia. Noi, di contro, non ambiamo ad uno sterile momento di fugace vanagloria; ambiamo all’eroismo, quello semplice, silenzioso. Lo stesso dei legionari romani; quelli che hanno conquistato il mondo, ma di cui nessuno conosce nemmeno un nome; perché solo nella loro testuggine, quadrata come Roma, erano veramente Romani: non più Tizio, Caio o Sempronio, ma solo ed eternamente Roma, che da quel momento camminava sulla loro gambe; alla testa delle legioni portavano l’aquila di Giove: in essa i padri ed i figli erano consacrati in un unico e superiore destino.

Questo mondo che abbiamo evocato è grande perché è testimone di valori e Princìpi che lo trascendono. Oggi, dopo millenni, ancora ne parliamo. Tra cento anni, invece, chi si ricorderà più degli uomini e degli avvenimenti del 2018? Inevitabilmente nessuno, perché questa società, nella sua luciferina ambizione di esistere solo per se stessa, non esprime nulla che non siano i liquami della sua stessa decomposizione. Non c’è nulla di vero, di reale, è tutta illusione. I principi eterni, immutabili, granitici e marmorei non abitano più qui. Ma sono sempre, esistono sempre e sta a noi vivificarli e annunciarli nelle tenebre che ci circondano.

Questi Princìpi si chiamano Tradizione: per lei combattiamo e dobbiamo avere l’ambizione di farlo ogni giorno, in ogni momento; per quanto questo compito sia duro se vissuto a pieno e con serietà, ma mai ingrato. E solo gli inetti del ‘mito incapacitante’ possono ritenerli reliquie del passato, per trovare un alibi alla propria miseria umana.

Che fare?

Quindi, la parola d’ordine è: chiarificarsi. Non siamo riformisti, ma rivoluzionari: il sistema non si può cambiare o migliorare, non ci sono riforme o miglioramenti, né il nuovo programma politico potrà raddrizzare la barra. Il sistema va rifiutato nella sua totalità e va gettato nella pattumiera della storia. Ciò non vuol dire che occorre rinchiudersi in torri d’avorio, tutt’altro: nel sistema bisogna starci, senza appartenervi partecipare al teatrino preservando la propria integrità e piegando la realtà alla visione del mondo spirituale. E se, come abbiamo detto, il mondo moderno nasce dall’individualismo, allora la prima battaglia è contro se stessi, per sradicare la modernità innanzitutto dalla propria anima: «Non abbiamo bisogno di programmi, ma di uomini nuovi», ripeteva C. Z. Codreanu e ancora, come chiarisce Julius Evola, l’uomo di milizia sa che «la misura di ciò che può esser ancora salvato dipende dall’esistenza o meno, di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi, non andando incontro alla demagogia e al materialismo delle masse, ma per ridestare forme diverse di sensibilità e di interesse».

La nostra Grande e Piccola Guerra Santa

Così, occorre combattere innanzitutto la Grande Guerra Santa, quella contro l’Ego, il nemico interiore, mettendo la Tradizione, il Sacro al centro della propria vita: vivere la Tradizione, vivificarne i Princìpi.

Questo è gerarchia (ieròs archè, ordine sacro): tutto deve essere subordinato a ciò che è spirituale e ognuno deve riconoscere come proprio Capo colui che al meglio incarna questi Princìpi e da questi accetta di farsi condurre e sorreggere: l’inferiore ha bisogno del superiore, non il contrario, contro ogni bieca menzogna democratica per la quale il “rappresentante è eletto dal rappresentato”, ennesima contraddizione di un mostro coi piedi d’argilla.

muro di scudi legione esercito guerra combattimento  militanzaOccorre, dunque, un intensissimo lavoro di formazione, in cui il militante dovrà mettersi in gioco e formarsi su tutti gli aspetti della vita. Perché militanti falliti ed inetti sono inutili alla causa: gente che non lavora per apatia o accidia, che non si dedica ai rapporti umani, che nella propria vita non testimonia la Verità, dimostra di essere una persona sterile, un ostacolo.

Questo lavoro di formazione passa innanzitutto per il sacrificio. Questo è sacrum facere (lett. fare il sacro): dono totale di sé all’insegna dei Princìpi della Tradizione. Tutto donare e mettere in gioco, scegliere il fardello più pesante, mettersi in gioco e a disposizione, subordinare tutto all’Idea. Non c’entrano l’anzianità e le ‘stellette’, occorre solo donarsi. “Tutto è questione di donare. Gli uomini felici sono coloro che si donano. Gli insoddisfatti, coloro che soffocano l’esistenza in un perpetuo tirarsi indietro, chiedendosi continuamente che cosa stanno per perdere. Virtù, grandezza, felicità, tutto ruota attorno a questo: donarsi! Donarsi completamente, sempre. Fare ciò che si deve: generosamente, con il massimo impegno, anche se l’oggetto del dovere è senza grandezza apparente” (Militia, Léon Degrelle).

E mentre si combatte la Grande Guerra Santa, al di fuori di noi, è il Mondo Moderno il nostro nemico, cui occorre levare ogni tipo di spazio e movimento, consapevoli che ogni anima, ogni metro che gli sottraiamo è levato alle sue tenebre. Così occorre costruire cittadelle tradizionali, oasi d’aria pulita, sorrette dalla Gerarchia, dall’Onore e dalla Fedeltà: segno vivo che la Tradizione si è destata. Avamposti costituiti da Comunità militanti, di contro alla società melliflua e informe che abita le nostre strade. Poi, insinuarsi nei buchi lasciati dalla stessa società, proponendo unità organizzative e operative che agiscano nel concreto, nel reale, indipendentemente dall’occupazione (politica, commerciale, artigianale) per riprendere e qualificare gli spazi: politici ed umani.

Fai il tuo dovere: combatti!

Così, infine, richiamiamo quel profondo sentire che ci indirizza e che ci ha portato a chiederci “per cosa combattiamo”, ossia il dovere:

“Il dovere è la legge della vita, perché la vita è missione, missione di grandi come di piccole cose, missione di combattere e morire per l’Idea come di crearsi una famiglia, missione di produrre come di aiutare, missione di assolvere sempre il proprio compito da gregario come da gerarca. Il Duce ha detto: «Ogni fascista deve considerarsi un soldato; un soldato anche quando non porta il grigioverde, un soldato anche quando lavora, nell’ufficio, nelle officine, nei cantieri, o nei campi; un soldato legato a tutto il resto dell’esercito; una molecola che sente e pulsa con l’intero organismo». La vita non deve essere egoismo né materialismo, ma deve essere altruismo e idealismo. Da qui nascono il civismo ed il patriottismo. «Il Fascismo non promette né onori, né cariche, né guadagni, ma il dovere ed il combattimento».”

(Niccolò Giani, tratto da Mistica della Rivoluzione Fascista)

In alto i cuori!