L’Odissea: una lettura militante
(a cura della Comunità Militante Raido)
Da quando è uscito al cinema il film sull’Odissea di Christopher Nolan (anzi, forse sarebbe meglio dire in questo caso un film fantasy liberamente ispirato al poema omerico), non facciamo altro che assistere alla dialettica tra chi ha accolto favorevolmente la pellicola e chi non ha potuto fare a meno di notare non solo gli elementi woke e l’epurazione di tutta la dimensione simbolica e spirituale del poema, ma soprattutto l’idiosincrasia del mondo moderno, di cui Hollywood è cassa di risonanza e avanguardia, per tutto ciò che è il patrimonio luminoso della Tradizione.
Non ci interessa tuttavia esprimere l’ennesima critica al film.
Per l’uomo della Tradizione, infatti, la conoscenza è tale solo se diviene azione: egli non ama le chiacchiere e le sterili polemiche e, di conseguenza, quando è buio, non maledice le tenebre ma accende un fuoco.
Ci sembra allora più utile e opportuno ripercorrere alcuni dei simboli presenti nel poema, per valorizzarne il contenuto concreto, attivo e militante.
Purtroppo non è possibile trattare l’intero universo di simboli di quello che è un poema simbolico, che racconta a tutti gli effetti un viaggio spirituale.
Ma chi era Ulisse, anzi Odisseo? Egli è l’«uomo dal multiforme ingegno», il cui nome, che assume dal greco anche il significato di «odiato» racconta di un uomo che, per la sua caratura, è «messo alla prova». Egli è l’emblema del militante. È l’uomo che non vive con indifferenza il proprio destino e che, nelle prove della vita, ci mette del suo, aiutato e sostenuto sempre e concretamente dalle Forze celesti, con cui è in dialogo costante.
Il suo multiforme ingegno, infatti, con cui escogita iniziative e soluzioni, è costantemente sostenuto e sublimato dalle divinità che lo accompagnano: Athena e Hermes, entrambe espressioni del Logos divino. La prima rappresenta la saggezza divina, lo stesso ‘intelletto cosmico’: dai tratti quasi androgini, vergine e sempre in armi, «glaucopis: dagli occhi azzurri», nata dalla mente di Zeus. In lei, l’ingegno umano, per cui Odisseo è famoso, trova sublimazione nella collaborazione costante tra l’uomo e il Dio.
Hermes, invece, è il messaggero divino, con funzione di mediazione, psicopompo, il cui attribuito è il caduceo, che simboleggia il dominio e la sublimazione della dimensione psichica (cioè dell’anima); sostiene Odisseo nelle prove in cui è insidiato nella dimensione ontologica ed esistenziale.
Entrambe sono divinità celesti, uraniche, che assistono l’eroe contro le insidie di Poseidone, divinità ctonia e abissale, abitante delle oscure profondità marine, il cui attributo è il tridente, già posseduto da divinità che, in altre tradizioni, possiedono anche una componente distruttiva e dissolutiva, come Shiva. Non a caso, Polifemo è anche detto «ennosigeo: colui che scuote le fondamenta della terra».
Odisseo sa che la via del ritorno non può essere percorsa se non con il Sostegno divino, perché per l’uomo da solo sarebbe un’illusione. Proprio qui sono le prove che egli affronta: regredendo quando sono affrontate con ego, avanzando quando accoglie l’aiuto degli dei.
Odisseo percorre la via del ritorno sui mari. Non ‘galleggia’, come il borghese galleggia sulle correnti della vita ordinaria in attesa della morte, ma, modello del militante, naviga: affronta i flutti e le tentazioni del mondo borghese, che con le sue insidie attenta sempre al ricorso della sua patria, alla sua intenzione di tornare a Itaca, alla sua aspirazione alla Rivoluzione. Itaca, infatti, è un’isola, simbolo del Centro e dell’Origine e ‘Rivoluzione’ da ‘Revolvere’ significa proprio ‘Ritorno all’origine’.
Il viaggio iniziatico di Odisseo è dunque il percorso di Formazione che, con lo sguardo sempre rivolto al Cielo (la Tradizione), culmina nella Rivoluzione.
Odisseo è dunque l’archetipo del militante della Tradizione.
Il suo viaggio inizia proprio con la vittoria achea a Troia. Imboccando la strada del ritorno, egli si volge dalla battaglia esteriore a quella interiore, che lo proverà assai più duramente.
Ciò che prova il militante, d’altronde, non è affrontare le tante battaglie e iniziative militanti e sul territorio quanto, piuttosto, vincere se stesso in tali battaglie, in cui egli lotta contro la propria pigrizia, la propria indifferenza, i propri impegni, le proprie preoccupazioni, il proprio orgoglio, la propria vanità. In una parola sola, il militante lotta, così come Odisseo, contro il proprio individualismo cercando di agire impersonalmente.
In quest’ottica, anche l’intera flotta di Odisseo ha un valore simbolico.
La barca rappresenta la dimensione fisica e corporale; i compagni di Odisseo, tutti più o meno prossimi a lui per nazione o parentela, tutti con un carattere loro peculiare, rappresentano i vari aspetti dell’anima che insidiano il retto agire del militante (e che infatti pian piano moriranno e verranno meno nella varie tappe); Odisseo rappresenta la volontà stessa del militante, guidata dal ricordo sempre presente della patria di Itaca; l’albero maestro la verticalità della dimensione spirituale a cui il militante deve radicarsi per compiere il viaggio; Athena e Hermes la Divinità che assiste il militante e con cui lo stesso deve essere in costante relazione.
La prima tappa, nella Terra dei Ciconi, vede Odisseo e i compagni ancora legati alla dimensione materiale della battaglia. In questa tappa, infatti, saccheggeranno la città e si scontreranno con i suoi abitanti.
Sull’isola dei Lotofagi, Odisseo e i compagni incontreranno il popolo che mangia una pianta che fa perdere la memoria e offusca il ricordo della meta e della patria d’origine e che, dolcemente, li abbandona nell’oblio. Sono le tentazioni che il mondo moderno pone a colui che vuole liberarsere: il divertimento smodato, le droghe, l’alcol, lo stordimento, la donna che vorrebbe portarci via dalla lotta, il lavoro e le preoccupazioni economiche che vorrebbero distrarci. Queste tentazioni non finiscono mai e ogni fase della vita le ripresenta in forme diverse. Ma Odisseo, come il militante, deve andare avanti.
Nella terra dei Ciclopi, l’equipaggio incontra il tremendo e feroce ciclope Polifemo, il cui nome significa «colui di cui si parla molto». È uno degli episodi più evocativi, se ne potrebbe parlare senza limiti, cercheremo dunque di valorizzarne gli elementi principali.
Polifemo è gigante e mostruoso, segno di un’individualità materiale e smisurata, piena di sé. Ha un solo occhio perché la sua capacità di vedere e cogliere la realtà è oscurata dal proprio orgoglio e dalla propria ignoranza. Ciò è coerente con il verbo greco «conosco: ôida [ho visto quindi conosco]», tempo perfetto del verbo «vedere: oràō»: la conoscenza è conseguenza della visione e quella di Polifemo è offuscata e limitata. Polifemo abita una caverna con il suo bestiame, il formaggio e i suoi averi: la caverna è, nel simbolismo tradizionale, immagine del cuore. La caverna di Polifemo rappresenta un cuore ripieno di orgoglio e la lotta contro il Ciclope è proprio quella contro il proprio orgoglio.
Odisseo dà qui inizialmente una grande lezione di impersonalità, attitudine che dovrebbe guidare ogni azione militante: si presenta come Nessuno («ùtis ‘g mòi ònoma: ‘Nessuno’ è il mio nome»). Egli nega la propria individualità, quella, proprio, che viene fomentata dall’orgoglio, che vuole sempre un riconoscimento, negando ogni spirito di servizio. È la negazione, la ‘morte’ spirituale delle proprie pretese quale individualità propria, scissa dall’ordine tradizionale. È la contrapposizione tra l’eroico e impersonale ‘Nessuno’ e l’individualismo e titanico ‘Colui di cui si parla molto’.
Odisseo prima stordisce il ciclope con vino ricevuto in dono da Marone sacerdote di Apollo, perché è appunto la Luce divina che stordisce le tenebre dell’orgoglio e dell’ignoranza, per accecarlo poi, con lo sforzo corale di tutti i compagni (di tutto se stesso, di tutta la Comunità), con un tronco appuntito di ulivo, pianta sacra ad Athena. È Athena dunque che, nella sua pianta, lo acceca, nella cooperazione tra l’uomo e la Divinità alla base di ogni azione tradizionale. È il Logos, l’intelletto divino che vince definitivamente le tenebre dell’orgoglio e dell’ignoranza.
In preda al dolore, Polifemo apre la grotta per far uscire le proprie amate pecore, immagine del cuore orgoglioso che, vinto, è liberato dalle proprie bestie, e i compagni di Odisseo escono legati sotto il ventre degli animali; lui, in particolare, legato sotto un ariete, animale simbolo del passaggio dalle tenebre alla luce, in quanto nello zodiaco occupa la casa corrispondente all’equinozio di primavera.
Ma qui Odisseo cade: ormai fuori dalla grotta e già sull’imbarcazione con i compagni, per umiliare Polifemo cade al richiamo dell’orgoglio: si svela come Odisseo figlio di Laerte, facendo emergere per la vanagloria quell’ego che aveva abbandonato. Siamo ancora all’inizio e molto Odisseo, molto il militante, dovrà ancora navigare per vincere se stesso.
Polifemo fa così appello al padre, Poseidone, che perseguiterà Odisseo nel suo rientro a casa. Sono i flutti e le onde dell’orgoglio che allontana l’eroe dal ritorno a casa; che allontana il militante dalla vittoria su se stesso, condannando così la militanza a una mera esperienza orizzontale e contingente.
L’isola di Eolo, re dei venti, è una patria sospesa, quasi onirica. Qui Odisseo riceve in dono un otre che racchiude tutti i venti, affinché questi non scuotano il mare ed egli possa concludere il proprio viaggio verso Itaca. L’isola è ormai a vista e Odisseo, stremato, cade in un sonno. Ma i compagni alimentano il sospetto, convinti che quell’otre contenga qualche tesoro che Odisseo avrebbe voluto loro nascondere. Appena aperto l’otre, la flotta viene sbattuta via dai venti in tempesta, lontana dalla rotta del ritorno: sono gli effetti nefasti della diffidenza, della disarmonia nel mezzo della Comunità, che dovrebbe essere unità di cuori e di intenti; disarmonia che comporta che le tensioni che non sono state ordinate e sublimate nello schietto confronto tra i militanti portano alla rovina della Comunità e all’allontanamento dei suoi obiettivi rivoluzionari.
Nuovamente al cospetto di Eolo, egli rifiuta di placare per una seconda volta i venti: l’infrazione dell’equilibrio, cosmico o comunitario che sia, esige un lento e progressivo riequilibrio, un riscatto che le società tradizionali ben conoscevano.
Dopo la disavventura presso la terra dei Lestrigoni, giganti antropofagi da cui solo una nave della flotta tranne riesce a salvarsi, Odisseo e i propri compagni approdano al cospetto della Maga Circe: affascinante e suadente figura femminile, che vive in un contesto liminale. Circe è immagine della lussuria, ma anche di tutte quelle passioni carnali che il militante, nel suo percorso di ascesi e di miglioramento, deve imparare a gestire per non vivere come una bestia, così come i compagni di Odisseo, trasformati in porci dalla Maga. Non è un fatto umano, un’esaltazione di sé, ma un progressivo mettere ordine in se stessi con il supporto irrinunciabile di quelle forze celesti a cui il militante della Tradizione fa appello. Odisseo infatti può conoscere Circe senza subirne il fascino solo ed esclusivamente dopo aver mangiato un fiore datogli da Hermes che, come premesso, nella sua funzione cavalca e domina la dimensione psichica, dell’anima. Anzi, è piuttosto Circe che cede al fascino dell’eroe che, sostenuto dal cibo spirituale, non ne subisce il potere. I compagni, liberati dall’incantesimo, sono totalmente inconsapevoli di quanto loro accaduto, obnubilati dal fascino dei piaceri bestiali sempre in agguato nei confronti di chi si confronta col mondo.
Prima di congedarsi da Circe, Odisseo discende agli inferi per consultare l’indovino Tiresia. Qui incontra anche le anime di Elpenore, un compagno morto per essersi rotto il collo a causa della caduta dal tetto dell’abitazione di Circe, perché risvegliatosi ancora ebbro, a cui promette, su richiesta dello stesso, una degna sepoltura; della madre Anticlea, che tenta invano di abbracciare; di Agamennone e Achille, da cui emerge la vanità del potere e della gloria terreni. La discesa agli inferi è la discesa di ogni militante entro se stesso, per l’osservazione e l’analisi di sé. Da questa discesa emerge tutta l’umanità di Odisseo, l’affetto dell’incontro con la madre, l’angoscia dei suoi compagni morti. Ogni militante, ogni aspirante eroe, deve infatti in primis ricordare di esse uomo, con tutte le relative forze e debolezze, e che l’esito della sua vita, così come quella di ognuno, è la morte. Solo così può veramente e sempre rimanere semplice e umile, per mettersi sempre in discussione.
Ripresa la navigazione, Odisseo e i compagni passano per due tappe critiche: l’isola delle sirene e Scilla e Cariddi.
Il canto delle sirene rappresenta il canto e le tentazioni del mondo moderno e della vita borghese che, dopo anni di navigazione, dunque di militanza, ricominciano a tentare e a suonare sempre più forte. L’uomo comune, per rimanerne illeso, come i compagni di Odisseo, deve tapparsi le orecchie per non ascoltarle. Differentemente il militante le affronta a viso aperto, deve ascoltarle e conoscerle per rifiutarle, perché la sua scelta è consapevole e non passiva. Per uscire vittorioso da questa prova, il militante deve rimanere fortemente saldo e legato alla Tradizione, ai Princìpi che l’hanno messo in viaggio, affinché non soccomba. Soffrirà, sarà tormentato dal dover resistere a questo canto, dolcissimo all’apparenza, ma che rappresenta una trappola fatta, in realtà, per farlo naufragare sugli scogli nel mare del mondo moderno su cui naviga.
La vita pone di fronte al militante scelte dolorose, in mezzo alle quali egli deve passare per mantenere fede al viaggio, al proprio destino: Scilla e Cariddi, due mostri marini divoratori, l’uno, da un lato, dalle molte teste e l’altro, dall’altro lato, sotto un vortice marino. Molte volte per fare la scelta giusta, per essere presenti, per portare a termine il compito che ci è stato assegnato, siamo costretti a scontentare qualcuno, a dovergli dire di no o a dover rinunciare a occasioni importanti. L’attaccamento e le pretese di altri fanno presa su di noi, smuovono i nostri gorghi, creano lacerazioni interiori e dubbi. È facile che ciò accada al militante: generoso per natura, sempre pronto a essere presente e disponibile. Ma talvolta è necessario dire di no, non ascoltare nessuno e andare avanti per non naufragare. Ci saranno morti e feriti, così come i compagni che Odisseo sapeva avrebbe dovuto sacrificare affinché non morissero tutti, ma bisogna tirare dritto. Il dispiacere che proviamo interiormente e quello che può provare le persone che scontenteremo non contano di fronte alla meta, bisogna procedere.
L’equipaggio, ormai decimato e stremato, arriva sull’isola in cui vi sono le vacche del Sole. Le vacche, in tutte le culture, in particolare in quelle indoeuropee, sono sinonimo di abbondanza; il Sole è invece il simbolo della Divinità. Le vacche del Sole sono dunque i doni che la Divinità elargisce all’uomo nel mondo.
Nonostante Odisseo si fosse raccomandato con i propri compagni di non mangiarne, essi trasgrediscono il limite, la regola, venendo così sterminati.
Da questa tappa possiamo evincere due princìpi fondamentali.
In primis, il militante è un rivoluzionario, ma non un sovversivo: egli non è contro le regole, piuttosto egli aderisce ad una legge, ad una norma, a un senso del limite, che fa proprio e interiorizza, nei rapporti con la Divinità e col prossimo, nell’ambito della gerarchia della Comunità, in cui si inserisce sottomettendosi attivamente.
In secondo luogo, divorare i doni di Dio, farne un uso esclusivamente proprio, vuol dire non corrispondere alla legge del Sacrificio, fonte della Tradizione e alla base e di tutte le comunità tradizionali; vuol dire non restituire, non donare, non mettere a fattor comune ciò che si è gratuitamente ricevuto, facendolo fruttare. Vuol dire non mettere al servizio della Tradizione e della Comunità i propri talenti, i propri doni, le proprie ricchezze, per ‘divorarle’, facendone un uso strettamente individualista, per se stesso. Vuol dire empiamente accumulare, vuol dire sacrilegamente non donare e non donarsi. Non consumarsi.
Ma vuol dire anche più generalmente godere di ciò che si riceve per il mero godimento in se stesso, al di una sana e sacra dinamica relazionale che è offerta e ritorno al Principio.
Odisseo riparte così da solo per approdare all’isola di Ogigia, ove la Ninfa Calipso lo terrà per sette anni. Sette anni di purificazione, sette anni in cui il ricordo di Itaca viene messo alla prova; sette anni in cui di fronte a Odisseo vi è il più grande dei dilemmi umani: alimentare il ricordo, compiere il viaggio, arrivare alla meta come un eroe mortale (ma in fondo, in realtà, veramente immortale) o vivere una vita senza la morte, eternamente giovane e in compagnia di una donna anch’essa eternamente giovane e bella, al proprio servizio. È il dilemma, questo, che interroga ogni uomo, ma specialmente il militante: comprendere la vita alla luce della morte e la morte alla luce della vita e di una vita che è eterna oltre la morte stessa. È realizzare intimamente che non viviamo per godere indefinitamente delle gioie della vita, così come fa l’uomo moderno, rifuggendo il pensiero della morte e prolungando un’idea illusoria di felicità per giorni senza limiti. È l’inganno stesso del transumanesimo, che vedrebbe la sofferenza, la malattia e la morte fisica come accidenti della vita umana, superabile per mezzo della tecnica: inganno che oggi serpeggia nei meandri più superomistici della destra radicale. L’isola di Ogigia è la catarsi ove realizzare che la sofferenza, la malattia e la morte sono parte integrante e sostanziale del percorso ‘di Ritorno’ ognuno; che, con l’aiuto del Cielo, siamo chiamati a sublimarle, perché è in esse che si esprime l’eroismo delle nostre esistenze, nella sopportazione silenziosa e non dell’esaltazione momentanea. È coltivare il Ricordo affinché, passando per questa sublimazione, sia possibile veramente il Ritorno: la Rivoluzione. Sia possibile veramente l’eroismo che è dono totale di sé e che renderà la morte una soglia per l’Eternità.
Odisseo giunge così all’ultima tappa: l’Isola dei Feaci. Qui fa l’incontro con Nausicaa: giovane principessa, bellissima e casta, che nutre per l’eroe un amore altrettanto tenero casto e che, per ciò stesso, lo lascia partire sublimandolo. Il simbolismo che esprime Nausicaa è profondissimo e queste poche righe sicuramente non bastano ma, nella prospettiva che ci interessa, possiamo leggere Nausicaa come l’anima nobile e pura, che non trattiene ma lascia andare, che ispira l’eroe gli permette di compiere il proprio viaggio e il proprio destino. Nel cuore di ogni militante c’è Nausicaa.
Così Odisseo parte dopo aver narrato le sue gesta, dalla caduta di Troia fino a quel momento: egli ricapitola la propria vita, la propria avventura, ricapitola se stesso, tutto il suo essere rigenerato nelle prove affrontate.
Da solo, spoglio e, per mano di Athena, sotto le sembianze di un mendicante Odisseo giunge a Itaca. Sbarcato sull’isola, lascia i doni che ha ricevuto presso l’antro delle ninfe: una grotta con due entrate: da sud verso nord è il passaggio degli dei (il cammino ascendente del Sole al Solstizio d’inverno), da nord verso sud è il passaggio degli uomini (il cammino discendente del Sole al Solstizio d’estate). È il sacrificio di spoliazione totale che passa per un cuore purificato: alla meta si arriva nudi.
Riconosciuto da Euriclea e guidato da Athena, organizza con il fedele porcaio Eumeo (che rappresenta la fedeltà del militante nel mantenere anche la posizione più utile e nello svolgimento dei compiti più ingrati) e il figlio Telemaco la vedetta contro i proci, i pretendenti, che attentano alla purezza della sua casa della sua sposa. Egli è riconosciuto dalla moglie Penelope, che non ha mai perso la speranza (sperare è una virtù tipica del militante, che non deve mai darsi per vinto perché sa che il Cielo è dalla sua parte), tramite lo svelamento del segreto che solo i due coniugi conoscono: il letto nuziale è costruito su una base d’ulivo ancora radicata a terra, dunque viva, e intorno a essa è costruita tutta la reggia. È l’immagine dell’Axis Mundi, attorno al quale tutto il cosmo (di cui la reggia è l’immagine) è strutturato e ove il principio maschile e femminile si ricompongono.
Il poema si chiude con Odisseo che, vincendo la prova dell’arco, restaura la regalità, fa strage dei pretendenti e officia i riti purificatori della reggia: immagine del rinnovamento del cosmo. Dopo questo momento, gli sposi che sono stati separati per anni, finalmente, si uniscono nel loro talamo.
Al termine di questa lunga ma in realtà sintetica analisi, possiamo dire che non è un caso che l’Odissea continui a parlare a ciascuno di noi da oltre tremila anni. In particolare, non è un caso che continui a parlare ai militanti.
L’Odissea è un poema guerriero, che racconta la Rivoluzione tradizionale: il rinnovamento di sé e, di conseguenza, del mondo intorno a noi quale esito di un viaggio spirituale interiore, che può essere condotto solo con la collaborazione costante con la Divinità e in cui l’uomo che voglia fare da sé titanicamente soccombe.
È un viaggio che, più o meno consapevolmente, coinvolge ogni uomo.
È un viaggio a cui ogni militante in particolare è chiamato, perché ogni militante, come Odisseo, è un «odiato», ossia un «messo alla prova», in vista di un destino più grande, lungo i flutti e i mari della propria vita quotidiana.







