Processo a META: a chi fanno comodo le dipendenze?
Avete sentito parlare del nuovo processo a META? Questo fatto riporta al centro un tema a noi caro: la dipendenza come forma moderna di schiavitù. Che si tratti di droghe propriamente dette, di gioco d’azzardo o di piattaforme digitali e social progettate per catturare l’attenzione dei più vulnerabili, il meccanismo è sempre lo stesso: creare assuefazione, indebolire la volontà. I social hanno trasformato cittadini comuni in “scrollatori” seriali e consumatori manipolabili. È chiaro, il sistema si nutre delle debolezze delle persone. Facile in tempi di totale decadenza, povertà e spaesamento, dove gli uomini non hanno più radici ed identità, dunque nulla per tenersi saldi, far cadere qualcuno nell’oblio delle dipendenze. Ma i social sono uno strumento, lo sappiamo, non andrebbero demonizzati in quanto tali e come mezzo in sé, ma è sempre più evidente come sia diventata un’impresa, al limite dell’eroismo, starne lontani e non abusarne. Sembra impossibile non essere ingoiati da un algoritmo appositamente studiato per attaccare il ventre molle delle persone tra “reel”, “cookie” e “ads”. Questa la nuova lingua del Diavolo.
L’ultima accusa a Zuckerberg, mossa da 29 Stati americani, parla quindi di sfruttamento, inganno e dipendenza. Ci sta. Non è il primo processo a gridare alla libertà da queste minacce. Ricordiamo i grandi processi del ‘900 all’industria dell’alcool e del tabacco o, più di recente, a quelli che hanno avuto come protagonisti multinazionali come Amazon in materia di Antitrust e diritti dei lavoratori, fino ai contenziosi internazionali su clima ed ambiente in cui finirono alla sbarra giganti del carbonfossile. Ma anche il mondo delle Big Tech non è nuovo alla giustizia, anzi. Solo ultimamente ricordiamo le sentenze verso Apple e Google, sanzionate già più volte, insieme, guarda caso a Meta, per il trattamento dei dati personali e per la violazione della privacy. Presto dovremmo parlare delle malefatte legate al mondo delle intelligenze artificiali.
Ma arriviamo al punto. I grandi processi contro le multinazionali finiscono quasi sempre con maxi-risarcimenti e, se l’accusa dovesse prevalere, assisteremmo all’ennesimo risarcimento miliardario che finirà nelle casse dello Stato (degli Stati, nel caso di specie), non nelle mani di chi ha subito il danno. È un copione già visto: lo Stato incassa, le famiglie restano sole, e il sistema continua a nutrire sé stesso come se nulla fosse. Ironico ma triste, così stando le cose, dovesse un privato uscire risarcito da un tribunale, la prima cosa che farebbe sarebbe acquistare il successivo modello di iPhone, nuovo di pacca. È un paradosso: si punisce l’azienda, ma non si ripara il danno sociale. Non è forse questo quello che dovrebbe essere l’interesse profondo dello Stato?
La vera ingiustizia non è solo la dipendenza creata, ma il fatto che chi la subisce non venga mai realmente risarcito, e soprattutto, che lo Stato che si erge come protettore dei suoi cittadini urlando alle dipendenze e all’inganno, in realtà, è un lupo travestito da agnello, prima pedina del sistema di sfruttamento.







