Prospettive di un militante della Tradizione sul fango di Bologna
Siamo nati vent’anni dopo quel boato, ma quel fumo grigio e quel pezzo di muro sventrato sembrano inseguirci da sempre. Per noi, ragazzi del Duemila, la strage di Bologna non è un ricordo vissuto; è un’eredità pesante, un marchio che ci è stato impresso sulla pelle senza che nessuno ci chiedesse il permesso.
Ci chiedono spesso come abbiamo saputo. La risposta è quasi banale: nello stesso modo in cui ha saputo il resto d’Italia, ma con un filtro diverso. Abbiamo saputo attraverso la televisione, la scuola, i social, i successivi studi universitari. Abbiamo guardato i documentari trasmessi ogni due di agosto, quelli caratterizzati da una narrazione univoca e rigorosamente faziosa. Per anni abbiamo visto scorrere sullo schermo le stesse immagini, letto le stesse pagine, ascoltato le stesse tesi preconfezionate che liquidano la complessità di quei fragili anni con un’equazione matematica semplice e spietata: destra uguale terrorismo, destra uguale stragismo.
Una verità (o menzogna) monolitica che non ammette repliche, dove ogni sfumatura storica viene cancellata per alimentare il dogma del colpevole perfetto.
Crescere con questa consapevolezza, decidendo comunque di appartenere a questa tradizione politica, ha un significato preciso. Oggi, per un ventenne, dichiararsi di combattere per la Tradizione significa accettare di muoversi dentro un perimetro di costante sospetto. Significa sapere che l’area culturale in cui ti riconosci è stata idealmente messa al bando da una certa egemonia culturale, condannata a una sorta di damnatio memoriae che confonde le idee, i valori e la storia con il sangue di una stazione ferroviaria.
Quando diciamo di essere non allineati, ai nostri coetanei, la prima reazione non è quasi mai un confronto sul significato profondo della Tradizione, su noi stessi, sull’Europa, sulle nostre origini e la nostra identità. Né peraltro un dibattito sui problemi odierni. È uno sguardo di diffidenza. Sentiamo il peso di una colpa collettiva e retroattiva che ci viene proiettata addosso, come se le nostre idee, oggi, fossero collegate da un filo invisibile e nero, a quei tragici fatti del 1980.
Significa fare i conti con una narrazione che ci vorrebbe eternamente confinati nel ruolo dei cattivi della storia, incapaci di compassione o di sincero e nobile cordoglio. Ma appartenere a questa tradizione oggi significa anche un’altra cosa: la sfida di non farsi definire dai teoremi degli altri. Significa rivendicare il diritto di studiare la storia nella sua interezza, e con trasparenza. Di fare politica e pensarla liberamente. Di piangere le vittime di Bologna senza dover chiedere scusa per colpe mai commesse, da noi e da nessun’altro, e di separare i percorsi della Nostra destra dalle derive criminali, o presunte tali, che la magistratura rossa ha condannato. Una storia per metterci al bando, confonderci, un sempreverde, al pari del Fascismo, tirato fuori all’occorrenza, come spauracchio per le masse.
Siamo ragazzi che guardano al futuro, stanchi di essere usati come i fantasmi di un passato che non abbiamo scritto.







